Lui & Lei
Scatti Fiorentini - 2 parte
31.12.2025 |
628 |
1
"Click!
Corremmo tutti e due verso la macchina, attendendo con trepidazione la stampa..."
Il mattino seguente, sulla mia scrivania trovai una scatola con la stessa “M” rossa. “Regalino di Mara” disse Emma “ne aveva altre due con sé”
“Lo so” risposi, senza tenere a freno la lingua. Mi salvai dicendo che l’avevo vista scendere di macchina nel parcheggio poco prima, anche se Emma non ne fu convintissima.
“Aprilo, son curiosa di sapere cosa c’è dentro!”
“Emma per favore! Mettiamoci al lavoro piuttosto… sei la prima che dice di stare alla larga da Mara, e al tempo stesso la prima a parlarne!”
Mi gettò un’occhiataccia, ma riuscii a spegnere la sua curiosità.
“Una macchina fotografica con stampante incorporata e una cartuccia da dieci foto? C’è altro nella scatola?”
Il mio compagno era al settimo cielo. Scrutava la macchina fotografica in ogni suo dettaglio come se fosse un regalo di Natale.
“Si, c’è un foglio con altre istruzioni”
“Fammi vedere?” Gli passai la carta stampata con la solita lettera rossa “Ah, interessante… dice che per le cinque foto abbiamo a disposizione dieci scatti in totale. Se finiamo gli scatti siamo eliminati. Poi… ah, interessante. Questa macchinetta è connessa a un cloud. La tua amica Mara potrà vedere tutte le immagini in tempo reale! Hai capito questa vecchia porcona! Ahia!”
Detti uno schiaffo sul collo del mio uomo, dicendogli di darsi una calmata. Si scusò e continuò a leggere.
“Qui dice che quando abbiamo fatto la foto giusta dobbiamo… fare la foto alla foto e inviarla a un numero scritto nel foglio. L’invio della foto proverà che abbiamo completato il compito. Ammazza quanto è complicato… successivamente, riceveremo le nuove coordinate. Mi sembra tutto chiaro!”
Il giorno precedente al gioco, Mara mi scrisse un breve messaggio: “guarda il sito”
Aprii nuovamente la pagina e inserii la password. C’era sempre la solita foto di Mara, ma sotto a essa era stato caricato un elenco puntato.
“A. Il gioco inizierà a mezzogiorno, con l’invio delle coordinate. Una volta raggiunto il luogo, inviate la posizione per ricevere il soggetto. Avrete cinque minuti per scattare la foto, stamparla, fotografarla e inviarla al mio numero
B. Il dress code è libero …e libertino
C. Non è possibile chiedere il cambio di location o di soggetto da fotografare, pena l’eliminazione dal gioco
D. Al termine, le otto coppie eliminate dovranno scontare una penitenza a sorpresa
E. Buon divertimento!”
Inutile dire che il giorno seguente attendemmo con trepidazione le prime coordinate. Sedevamo in salotto, il telefono ben carico sul tavolino. Ogni tanto un’occhiata all’orologio che scorreva lentissimo. Per l’occasione indossavo dei tacchi vertiginosi e un vestitino nero molto corto, coperto dal mio cappotto preferito. Col senno di poi la scelta delle scarpe fu un errore, considerati gli spostamenti, ma decisi di rispettare il punto B alla lettera.
Una notifica. Schizzammo a prendere il telefono. Il mio uomo aprì il messaggio.
“Cazzo quanti numeri… copia, incolla… un secondo… Perfetto! Il primo posto da raggiungere è il viadotto di Ponte all’Indiano. Andiamo!”
Ci precipitammo giù per le scale, dove incrociammo l’anziana vicina che ci guardò con sospetto.
“Buon pomeriggio signora Boni, siamo un po’ di fretta… dobbiamo far due foto!”
“Stupido!” Detti un altro colpo sulla nuca al mio uomo.
La buona notizia era che il ponte non era lontanissimo da raggiungere. La cattiva notizia invece era il traffico intenso. A causa di un cantiere, la circolazione era completamente bloccata.
“Cazzo, ci vorrà una giornata!” Sbuffò il mio uomo al volante “siamo già eliminati!”
“Smettila stupido! Non è una gara a chi arriva per primo!”
“Ah no? Se non arriviamo veloci gli altri ci passeranno avanti!”
“Ti preferivo quando la tua preoccupazione era cercare di capire come scattare senza dare nell’occhio sai? A me di vincere non me ne frega nulla, mi interessa solo provare un brivido con te!”
Tacque a lungo. Ad un tratto dette un colpo sul volante col pugno. “Perché non ci ho pensato prima! Mica dobbiamo andare sul ponte!”
Mise la freccia e uscì dal caos di vetture incolonnate.
“Amore, noi possiamo andare anche sotto al ponte!”
In un batter d’occhio lasciammo l’auto in un piccolo parcheggio sotto a una delle campate del ponte, poco distante dall’Arno. Era una giornata soleggiata e c’era un discreto viavai di persone, chi a correre, chi a camminare, chi a godersi il sole del pomeriggio.
Inviammo la posizione. Dopo qualche istante, ricevemmo un messaggio.
“Ciao! La vostra prima foto avrà come soggetto la lei. Il tema è “upskirt”. Non ha la gonna? Allora nudo integrale. 5 minuti a partire da ora”
Ci guardammo negli occhi, condividemmo il brivido, ci baciammo e uscimmo fuori dall’auto.
“Mettiti vicino a quel pilone, quello coi graffiti!” Mi disse mentre armeggiava con la macchina fotografica.
Due runner si fermarono a tirare il fiato poco lontano da noi. Uno dei due accennò a un blando stretching.
Camminai lentamente verso la colonna, nella speranza che i due scocciatori sparissero. Le imprecazioni del mio uomo mi fecero pensare che il gioco sarebbe stato più difficile del previsto. Toccai il muro con la mano sinistra, la fredda pietra mi fece tremare un po’. Mi voltai verso il mio uomo che visibilmente agitato, aspettava soltanto che i due uomini riprendessero la corsa.
“Togliti le mutandine” disse sottovoce. Sopra di me, il frastuono delle auto incolonnate sul ponte.
“Come cazzo faccio?” Risposi indicando i runner.
Passò un’auto che suonò il clacson sfrecciando. I due corridori risposero al saluto e si misero in marcia verso l’ignoto autista che li aspettava poco più avanti.
Era il momento. Mi voltai, abbassai gli slip e tirai su la mini. Un brivido mi percorse la schiena quando l’aria fredda mi baciò tra le gambe.
Un click. Il ronzio della stampante mentre mi ricomponevo, giusto in tempo perché un ciclista si era fermato dietro alla nostra macchina per rispondere al telefono e si stava domandando cosa stessimo facendo.
“Ecco qua… dunque… un secondo! Porca puttana!”
“Che c’è Marco?” Chiesi spaventata.
“È venuta mossa. Cazzo! Dobbiamo rifarla”
“Aspetta… c’è una persona!”
“Non c’è tempo!”
L’uomo in bicicletta ripartì. Mi rimisi di nuovo in posa, provando lo stesso brivido. Stavolta aprii le gambe un po’ di più, offrendo una vista ancor più bella al mio uomo che scattò con maggior cura.
Corremmo in auto, io con qualche difficoltà tra tacchi e mini. Quando chiusi lo sportello trovai il sorriso di Marco che mi sventolava davanti al viso la fotografia che mi ritraeva da una prospettiva insolita. Devo ammettere che era veramente una bella foto. L’azzurro del cielo sullo sfondo contrastava con il nero del mio abito. Il mio corpo era una pennellata armoniosa nel caos urbano fatto di graffiti variopinti, cemento e acciaio. Al centro dello scatto, la mia vagina.
“Presto, manda la foto!”
Aprii il finestrino, orientai la mano con la foto più o meno verso la colonna e, con l’altra mano scattai.
Qualcuno dall’altra parte visionò la foto e mise un pollice in su come risposta. Avevamo passato il primo turno. Ne restavano solo quattro.
Marco accese l’auto e suonò il clacson come se avessimo appena vinto i mondiali. Gli ricordai che la strada era ancora molto lunga.
Alcuni minuti dopo, ricevemmo un nuovo messaggio. Stavolta era un vocale, inviato da Mara.
“Bravi ragazzi! Bella foto e bellissimo soggetto! Siete ammessi al prossimo turno, mentre una delle dieci coppie ci ha già salutato. Mi sono dimenticata di dire che non avete tutti le stesse coordinate, o meglio, non è detto che tutte le coppie abbiano necessariamente la stessa meta. Tra poco riceverete le nuove coordinate. Buon divertimento!”
Un nuovo trillo. Nuove coordinate.
“Reggiti forte amore… con la prossima foto si vola!”
“Che intendi?”
“Dobbiamo andare all’aeroporto…”
“Cosa?”
“Tranquilla, ho un piano” e impostò sul navigatore la destinazione. “In dieci minuti siamo a destinazione!”
Mentre sfrecciavamo nel traffico fiorentino, mi sentivo ribollire dentro. Da un lato il brivido della competizione, l’aspetto più ludico di tutta questa strana storia. Dall’altro, il gusto tutto piccante del proibito, quale sarà stato il prossimo step? Cosa succederà dopo? La mente mi veniva attraversata da tutte queste domande, mentre tra le dita giravo ancora la prima foto, che trovavo bellissima ogni minuto di più.
“È impensabile entrare in aeroporto e fare quello che ci chiederanno di fare. Però conosco un posticino dove forse potremo giocare non lontano dagli aerei…”
“Che intendi dire?”
“Hai mai notato che in fondo alla pista verso Sesto c’è una strada che costeggia l’aeroporto? Di solito c’è un sacco di curiosi che vengono a vedere decollare gli aerei, a far foto eccetera. Se siamo fortunati oggi non c’è nessuno”
“…e se non lo siamo?”
“Arriveremo noni su dieci. Non male, dai”
La strada c’era, ed era anche piuttosto defilata dal traffico e finiva in una cancellata. La pista dell’aeroporto era a pochi metri, oltre una rete. Immaginai che la notte sarà stata pure il luogo perfetto per chi cerca un po’ di privacy.
Quel giorno però c’era un discreto movimento. Sembrava che gli appassionati di decolli si fossero dati appuntamento in quel punto. Due auto e un furgone erano parcheggiate a bordo strada. Al di là della rete, una lenta coda di aerei attendeva pazientemente il proprio turno. Parcheggiammo davanti alla cancellata e guardai nello specchietto. Vidi un gruppetto di fotografi, tutti impegnati a puntare i loro obiettivi verso quei giganti alati.
“Perfetto… i fotografi li abbiamo trovati. Se vogliamo rovinarci non ci manca niente!”
“Cazzo…” rispose Marco.
“Forse se aspettiamo qualche minuto magari se ne vanno!”
“Certo. Sicuro. Con una giornata così, ci sta…”
“Non prendermi in giro!”
“Non ci voleva… senti, mandiamo la posizione intanto. Magari la foto sarà semplice come la prima. Se per esempio dovessi essere solo io ritratto, allora esco fuori, mi metto in posa e amen. Che ne dici?”
“Dico che più indugiamo e più è probabile che ci si debba fermare al nono posto”
“Ok. Invio”
Marco lesse la notifica e abbandonò la testa all’indietro. Mi passò il telefono.
La frase diceva “La vostra seconda foto è un lavoro di squadra” seguita da due emoji: una banana e delle labbra.
“Cazzo!”
“Marco, come facciamo?”
“Cazzo ne so… non posso uscire di macchina e tirarmelo fuori con questa gente!”
“Forse però puoi usare la macchina…”
“Per arrotarli?”
“No, scemo! Per ripararsi da loro. Se ti metti parallelo al cancello loro rimarrebbero al di là dell’auto. Se facciamo veloce non si insospettiranno neanche!”
“Abbiamo una possibilità su…” le parole gli si spensero in bocca nel momento in cui la mia mano si infilò dentro ai suoi pantaloni. Con mia sorpresa lo trovai già piuttosto duro e bagnato.
“Ehi, ma qui qualcuno è già eccitato!” Scherzai.
“È… una corsa contro il tempo” disse mentre giocherellavo con il suo glande ancora costretto dentro ai pantaloni.
Spostò la macchina e uscì fuori raggiungendomi dall’altra parte. Nel frattempo io avevo posizionato la macchina con l’autoscatto, poggiandola alla meglio contro il mio sportello aperto.
“Speriamo bene” dissi.
Marco si abbassò i pantaloni e si massaggiò il cazzo. Schiacciai il tasto e lo raggiunsi. Mi inginocchiai sull’asfalto e lo accolsi nella mia bocca. Marco si mise una mano sul fianco, mentre con l’altra mi tirava i capelli. L’autoscatto ticchettò per dieci interminabili secondi, mentre si muoveva avanti e indietro nella mia bocca. Dietro di noi, oltre la rete, tre aeroplani sfilavano lentamente sulla pista.
Click!
Corremmo tutti e due verso la macchina, attendendo con trepidazione la stampa. Il gruppo di fotografi sembrava non essersi accorto di niente.
“Marco amore, guarda te…”
Staccò la foto, la agitò un po’, poi si abbandonò al più largo dei sorrisi.
“Purtroppo è venuta bene. Io avrei fatto altre cinque o sei prove ma…”
Sembrava uno scatto professionale, rubato a quelle riviste porno tanto in voga quando eravamo adolescenti. I nostri corpi in armoniosa passione, circondati da un contesto completamente opposto.
Marco si rimise al volante e si fermò a poca distanza dai fotografi.
“Passami la foto!”
“Marco che cazzo vuoi fare?”
“Passamela ho detto” aprì il finestrino, allungò la mano e rivolse la foto verso di me. Scattai prendendo gli aerei e il gruppetto di fotografi. Cliccai invio e attendemmo il pollice, che non tardò.
Stavolta esultammo tutti e due, facendo voltare un paio di teste. Ero talmente elettrizzata che mi abbassai su Marco e continuai il compito iniziato durante la foto. Le mie labbra baciarono quel glande così turgido e la mia lingua vorticò con voluttà sulla sua erezione mentre l’auto si muoveva lenta in strada.
Un nuovo messaggio mi riportò sulla terra. Un nuovo vocale di Mara “Lo sapevo! La mia porcellina non mi delude mai! Ragazzi, devo confessarvi una cosa: la vostra foto mi ha fatto impazzire. Siete dentro alle otto coppie rimaste ma attenzione: dalla prossima foto il gioco si fa molto più difficile. D’ora in poi elimineremo due coppie a turno. A tra poco con le nuove coordinate!”
Poco dopo, scoprimmo la terza location. Piazza del Duomo ci attendeva con chissà quale prova. Lasciammo l’auto nel parcheggio della stazione e ci incamminammo verso il centro. Marco era elettrico e procedeva a passo svelto in mezzo alla gente. Io purtroppo restavo indietro, penalizzata dai tacchi sul fondo sconnesso.
In qualche modo giungemmo davanti al Battistero. Mandammo la posizione e attendemmo il prossimo soggetto.
“Eccoci! Stavolta però lo leggi tu” mi disse il mio uomo.
Sorrisi e aprii il messaggio. Rimasi di ghiaccio. Stavolta non c’erano parole o emoji, ma una immagine presa da chissà quale sito a luci rosse. Una donna sorrideva all’obiettivo mentre impugnava due cazzi.
Il telefono mi scivolò dalle mani. Lo ripresi in modo goffo e lo passai a Marco. Non ridevo più.
“E ora?” Gli dissi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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